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Investire in startup. Ipotesi di portafoglio alternativo

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Ne avevamo già parlato in un precedente articolo analizzando in particolare i PIR alternativi e le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2022, soffermandoci sull’analisi  delle caratteristiche degli investimenti e del controllo del rischio.

Oggi vogliamo fornire un contributo, non troppo tecnico, ovvero descrivere le scelte per costruire un portafoglio di startup diversificato e basato su una chiara strategia rischio/rendimento per generale valore economico.

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Investire in startup. Approccio alla diversificazione del portafoglio

È evidente, per qualsiasi investitore il principio e l’approccio è quello di minimizzare il rischio attraverso la più ampia diversificazione. In riferimento a tale principio, il risultato porta alla necessità di creare un portafoglio diversificato nel quale alcuni titoli saliranno e altri scenderanno, e che i rialzi dei primi superino i ribassi dei secondi.

Questo tipo di approccio è utilizzabile nel caso di un “portafoglio” costituito da startup?

In linea di fatto e di principio, la “legge” della diversificazione vale anche in questi investimenti e asset. Infatti, non è conveniente, né opportuno, avvicinarsi alle startup acquistando partecipazioni di una sola o due società al massimo, qualunque sia la quota complessiva del patrimonio che si vorrà destinare a questi asset.

Chiarite le premesse, è utile analizzare come sarebbe raccomandabile agire da “investitore selettivo”:

– scrupolosa selezione degli investimenti in startup, effettuati sulla base dell’effettivo potenziale intrinseco, dall’analisi del settore di appartenenza e sull’obiettivo di realizzare alti rendimenti nel lungo termine;

– focus su minori costi incrementali e una maggiore crescita delle vendite (scalabilità);

– conservazione in portafoglio di queste partecipazioni e, in relazione alle società non quotate (come una startup), “vigile attesa” del momento in cui attuare una exit strategy, che ad esempio coincide con la possibile quotazione in Borsa;

diversificazione in un ragionevole assortimento di partecipazioni, con differenti rapporti di rischio/rendimento.

Investire in startup. L’investitore selettivo e il Business Angel

E’ evidente che l’investitore selettivo si differenzi da altre figure quale il Business Angel. Infatti, a differenza del secondo, per il primo l’importante è scegliere le partecipazioni giuste, e attendere il realizzarsi delle condizioni per monetizzare il potenziale incremento di valore intravisto nella fase dell’investimento iniziale. Solo dopo il periodo considerato (non inferiore a 5 anni) sarà possibile vedere questo potenziale, oppure non vederlo affatto e incassare le conseguenze di una scelta errata. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il successo della strategia da “investitore selettivo” ricade sia nelle attività preparatorie (studio del business plan e dei bilanci prospettici, conoscenza del management e delle sue caratteristiche, studio del mercato e dei competitor, buona execution etc), sia nel calcolo delle probabilità di insuccesso: più questo calcolo è accurato, minori saranno le possibilità di insuccesso; più è accurata la scelta del “mix” di startup, maggiore sarà la probabilità che l’eventuale fallimento si limiti ad una o due iniziative sul mix ideale di 7-10 partecipazioni presenti in portafoglio.

Investire in startup. Fuori dalle logiche degli indici di rischio

Ritornando alle due strategie “classiche”, è difficilmente immaginabile trovare uno strumento che replichi un indice delle startup o PMI innovative italiane o comunitarie. Così come è impensabile di voler suddividere la somma che si desidera investire in modo paritetico tra tutte le società presenti e ottenere così una buona diversificazione. Esistono holding e società di investimento che predispongono dei portafogli potenziali, ma il problema rimane quello di determinare qual è il reale rischio/rendimento del portafoglio complessivo, poiché per le più è complicato determinarlo rispetto agli altri strumenti finanziari più classici, come i fondi comuni di investimento.

Inoltre, con un portafoglio del genere risulta inopportuno concentrarsi sull’andamento del prezzo nel breve-medio periodo, poiché in questo particolare mercato bisognerebbe tenere sotto controllo le variabili che determinano la creazione di valore per ogni singola società nel tempo, e la via meno complicata è quella di una selezione accurata ma numericamente non eccessiva.

Investire in startup. Il dubbio dell’investitore e la creazione di valore

Resta una domanda: vale la pena creare un portafoglio composto da queste partecipazioni così poco liquide e ad alta rischiosità? La risposta è insita nel metodo dell’investitore selettivo. Si tratta di un cambio di paradigma: tutto il sistema finanziario, dai gestori ai consulenti, non vede altro che i prezzi insiti negli strumenti finanziari, non la creazione di valore. Invece, la scrupolosa valutazione della società, del team che la compone, del business plan, del mercato di riferimento hanno lo scopo di svincolare la reddittività dell’investimento dalle tradizionali oscillazioni di prezzo, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle “occasioni di valore nel tempo”. Un valore, chiariamo, non solo economico o finanziario ma anche “sociale” e in questo si dovrebbero preferire le startup benefit che detengono nel proprio DNA questo concetto.

Investire in startup. Cose che le startup devono sapere

Il successo di una startup non è dato solamente dall’idea di business e da come questa viene descritta in un Business Plan. Il fattore più importante è l’execution, ovvero la “concreta realizzazione dell’idea”.

Il team (vincente) deve avere un’idea chiara e puntuale sulle modalità di realizzazione e sulle prospettive di crescita, generando valore rapidamente e monetizzare in tempi “relativamente brevi” i suoi investitori.

Per questo, per quanto, possano i profili dei founders, risultare “alti” e appropriati, così come quelli di eventuali professionisti esterni, occorre (diviene fondamentale) proprio il tempo dedicato allo sviluppo della startup. L’execution, appunto, E, questo è uno dei fattori (se non il principale) valutato dagli investitori professionali e dalla piattaforme di equity crowdfunding.

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