Mettersi in proprio, roba da disoccupati

Concludiamo, senza esaurire l’argomento, il “trittico” dei luoghi comuni a proposito di start up e autoimpiego, con uno dei classici, quello che vedrebbe nella voglia di fare impresa solo come  un “piano zeta”  della ricerca lavoro.

E’ vero, guardando ai bandi, agevolazioni pubbliche e facilitazioni di vario tipo per l’avvio d’impresa, si scopre spesso che tra i requisiti di accesso vi è sempre la fatidica “condizione di svantaggio cumulata” tra le quali emergono, l’età, il sesso e la condizione di disoccupazione, inoccupazione o NeeT.

Non facciamoci però sviare. Queste sono solo le agevolazioni, che rappresentano una visione parziale del fenomeno del “mi metto in proprio”.

Chi avvia una startup non è necessariamente un giovane che non trova lavoro, una donna che viene espulsa dal mercato perché diventata madre, un senior manager che è ormai troppo caro per l’azienda di cui ha contribuito a fare la fortuna nei decenni scorsi o un ultra cinquantenne liquidato “con disonore” da un “tagliatore di teste”.

Ci sono giovani seri nei confronti di se stessi e della vita che dopo un curricula accademico di tutto rispetto e qualche anno di professione anche qui ben impostata, per esempio quale responsabile IT di una grande impresa, semplicemente non se la sentono di accontentarsi di quello che stanno facendo e si lanciano nell’impresa.  Ci sono donne che è vero che sono state estromesse dal mondo del lavoro. Del resto la crisi la pagano prima le donne, anzi le ‘madri di due figli’ secondo le statistiche in Italia, e allora? Avrebbero potuto rimettersi a lavorare in un’azienda, invece non l’hanno fatto. L’apparente fallimento è stato la molla che le ha portate a creare impresa a partire magari da competenze maturate in anni di azienda e di aggiornamenti professionali.

Oppure ci sono delle persone che fuoriescono dalle multinazionali per ristrutturazioni. E allora? Buttare tutto al vento? Giammai. A 40 anni si può ripartire e costruire un’azienda innovativa di servizi digitali che nel giro di qualche anno diventa una media azienda.

Fuga dalla routine ma non solo

A un certo punto della vita di qualcuno bravo e ambizioso pare che la vita aziendale non basti più, non risponda più alle motivazioni e alle aspettative. Sarà a causa dell’azienda, o della persona stessa. Chi lo sa. Eppure capita. A volte capita a 30 anni, a volte a 40, a volte a 50. A volte c’è un evento in concomitanza con la consapevolezza che la vita aziendale non fa più per noi, come un cambiamento, un distacco, una delusione in campo professionale, ma anche in campo personale. Sul momento sembra una disgrazia, con il tempo è il seme della rinascita. Qual è quindi il passo successivo?  Il mondo del lavoro aziendale non sempre apprezza le potenzialità del 50enne. Il mondo del lavoro non è solo quello aziendale: esiste l’imprenditoria, la professione, l’artigianato. Ecco quindi che la startup per un lavoratore non più giovanissimo è l’exit della sua carriera. Il passaggio alla attività autonoma o meglio ancora imprenditoriale può essere il successo per il lavoratore con esperienza.

Insomma non più pregiudizi anche sul nuovo, andiamo sul campo e vediamo cosa succede e non solo all’estero. L’Italia non è così male.  Sono da oltre 20 anni nel mondo del lavoro, moltissimi dei quali li ho dedicati ad affiancare “volenterosi ispirati” a trovare la propria dimensione nell’universo del “mettersi in proprio“. Ho seguito centinaia di persone. Alcune le ho scelte o le scelgo per testimoniare cosa si può realizzare “pensando fuori dagli schemi” ed applicando tanto lavoro e volontà.  Ne anche scritto un libro, ed ogni giorno, anche scrivendo in questo blog cerco di smitizzare fenomeni e luoghi comuni ispirati a esempi come Zuckeberg e simili  come modello del fare startup o semplicemente impresa in proprio,e soprattutto partiamo dal quotidiano e vedremo che ci sono tanti esempi da cui prendere spunto, energia, ispirazione, anche poco americani, anche poco mega

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