Work for equity. Applicazioni e limiti. Parte III

Work for equity. Prendendo spunto, come sempre, dalle casistiche che ci vengono poste e dallo sviluppo di soluzioni adeguate e possibili, vogliamo offrire un contributo di approfondimento in tre parti. Nella terza e ultima trattazione di oggi parleremo dei vincoli e limiti posti dalla normativa vigente dando risposta (non risolutiva) alla domanda con la quale ci eravamo lasciati nella seconda parte.

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Work for equity. La nostra interpretazione tra la volontà del legislatore e quella dell’Agenzia delle Entrate

Si sa, nel nostro sistema giuridico, le norme (astratte) devono essere interpretate per essere applicate al caso concreto.

E l’operazione, il più delle volte non è particolarmente agevole.

L’analisi letterale del testo ci porta a dire che i crediti compensabili attraverso il WFE sono quelli maturati a seguito di prestazione di opere e servizi, ivi inclusi quelli professionali. Abbiamo visto che una prestazione professionale può essere sia abituale (con la partita iva) sia occasionale (come quella del professore).

Work for equity. La ratio legis.

Ci facciamo aiutare allora dalla ratio legis, ovvero quello che il legislatore intende perseguire attraverso l’emanazione di una norma. La relazione illustrativa al Decreto-legge chiarisce che il fine di questa disposizione è quello di garantire alle “start-up innovative l’accesso a servizi di consulenza altamente qualificati, ivi compresi quelli professionali, codificando anche un regime di esenzione fiscale.

Non viene specificato quindi se si tratta di prestazioni abituali o occasionali, come invece viene fatto per i piani di incentivazione, anche perché a ben vedere la circostanza sarebbe dal punto di vista strettamente giuridico del tutto irrilevante.

Work for equity. Il campo fiscale

Ma qui, per via dell’esenzione, entra in gioco anche il campo fiscale e quindi occorre anche considerare la posizione dell’Agenzia delle Entrate, che però si è espressa in merito ai piani di incentivazione (trattati dal comma 1 dell’articolo 27 del Dl 179/2012) sostenendo correttamente che “il regime incentivante non è applicabile ai collaboratori meramente occasionali, il cui reddito rientra nell’ambito dei redditi diversi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. l), del TUIR (circolare 16-E del 2014).

Nulla viene detto in merito all’abitualità delle prestazioni professionali di lavoro autonomo (trattati dal comma 4 dell’articolo 27).

Anzi, proprio il fatto che la Relazione Illustrativa al DL 179/2012 esclude le prestazioni occasionali dai piani di incentivazione, lascerebbe presumere che il Legislatore non abbia voluto fare altrettanto per il work for equity.

Work for equity. Una conclusione ricca di dubbi

Il nostro parere (teorico) è quindi che nulla osta alla possibilità di applicare il work for equity al nostro professore.

Di diverso avviso però potrebbe essere l’Agenzia delle Entrate, la quale potrebbe estendere quanto previsto per i piani di incentivazione (comma 1) a quello previsto per il WFE (comma 4). D’altronde fanno sempre capo allo stesso articolo e usufruiscono della medesima agevolazione fiscale.

Il rischio non è di poco conto, soprattutto se gli importi sono considerevoli. Ed è un rischio sia per il prestatore che si vedrebbe accertato il reddito e dovrebbe pagare le relative imposte (oltre le sanzioni e gli interessi), sia per la società perché la contestazione non solo darebbe luogo ad un omesso versamento di trattenute fiscali e contributive, ma potrebbe rendere inefficace tutta l’operazione di WFE e dunque anche l’aumento di capitale.

Per questo motivo abbiamo, per il momento, sconsigliato ai nostri clienti di intraprendere questa strada.

Aspettando maggiori chiarimenti o casi concreti (magari cristallini come quello del professore) per chiedere all’Agenzia delle Entrate un parere in merito attraverso un interpello.

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