Categoria: Strumenti finanziari partecipativi

Dal piano al capitale. L’investor kit: prepararsi a una raccolta di capitali

L’equity ha un pregio che le altre fonti non hanno: non genera debito e non va rimborsato. Chi entra nel capitale condivide il rischio d’impresa, non pretende una rata. Ma questo pregio ha un prezzo, ed è il più alto di tutti se l’impresa ha successo: chi investe acquisisce quote, quindi una parte dei profitti e del valore futuro, e diventa un socio con cui condividere le decisioni. In più, l’ingresso di un investitore fissa una valutazione: mette un prezzo sull’impresa in un momento in cui, spesso, sarebbe più conveniente aspettare. Per questo l’equity non è la fonte “gratuita” che a volte si immagina: è la più costosa proprio quando le cose vanno bene. Ha senso quando serve il salto — la crescita che il debito, con il suo obbligo di rimborso, non potrebbe sostenere — e quando l’impresa ha una storia da raccontare che giustifica una valutazione. Sugli assi che seguiamo dall’articolo scorso: accesso selettivo, tempi lunghi, e sul rischio/opportunità nessun rimborso ma diluizione permanente

Dal piano al capitale. Il debito come virtù: Fondo di Garanzia e merito creditizio

In senso pratico, i bandi da soli non bastano. E il motivo non riguarda gli importi: riguarda il tempo. I bandi hanno tempi non governabili dall’impresa — l’apertura dello sportello, la finestra per l’invio della domanda, l’istruttoria, la delibera, la rendicontazione, le erogazioni per stati di avanzamento. Sono tempi decisi da altri, che quasi mai coincidono con i tempi di sviluppo del progetto: quelli, cioè, che portano l’impresa all’obiettivo che si è data, lo sviluppo del mercato o il go-to-market. Un contributo che arriva dodici mesi dopo il momento in cui serviva non è una risorsa: è un rimborso

Dal piano al capitale. Finanza agevolata: i soldi che non diluiscono e non indebitano

Nel primo articolo di questo speciale abbiamo visto che, prima di cercare risorse, conviene leggere i numeri che chi finanzia guarda per primi: la diagnosi. Oggi apriamo la prima delle tre fonti, la finanza agevolata, cioè i bandi pubblici che portano denaro in cassa senza chiedere in cambio quote dell’impresa e, nella forma del contributo a fondo perduto, senza generare debito. È la fonte da esplorare per prima proprio perché migliora la diagnosi invece di peggiorarla: aumenta le risorse senza diluire i soci e senza appesantire la posizione finanziaria.

Dal piano al capitale. La diagnosi: i numeri che ti rendono finanziabile

È il ponte tra il piano e l’azione. Nelle prossime quattro settimane percorreremo, una fonte alla volta, le tre vie per rendere finanziabile un business plan — le risorse non diluitive della finanza agevolata, il debito costruito con il Fondo di Garanzia e l’equity di una vera raccolta di capitali — facendole precedere dalla tappa che le precede tutte: la diagnosi. Perché prima di bussare a qualunque porta conviene leggere i numeri che chi ci finanzia leggerà per primi

Il business plan che funziona. II piano finanziario e la chiusura dello Speciale

In nove articoli abbiamo costruito, passo dopo passo, il Business Model Plan®: dalle proxy numeriche al sistema delle promesse, dal revenue model al forecast, dai costi funzionali al piano delle risorse, dalla struttura dei costi di produzione al conto economico per contribuzione. Oggi chiudiamo il cerchio. L’articolo conclusivo di questo Speciale affronta il piano finanziario nella sua interezza — fonti, impieghi, strumenti, scenari, output e KPI — e poi risponde alla domanda finale: come si difende questo piano davanti a chi lo esamina criticamente?

Il business plan che funziona. Il piano dei costi di produzione

Il prezzo di vendita non è solo una decisione commerciale: è la variabile che più di ogni altra determina la marginalità unitaria e, di conseguenza, la distanza tra i ricavi e il break-even. La strategia di pricing scelta nell’articolo 3 — il revenue model — deve essere ora verificata rispetto ai costi identificati nel blueprint.

Il business plan che funziona. Pianificazione e bilanciamento del piano delle risorse

La decisione make or buy — internalizzare o esternalizzare una risorsa o un processo — è una delle più rilevanti nel piano delle risorse. Il suo impatto non è solo sul costo unitario ma sulla struttura del costo: scegliere “make” trasforma un costo variabile potenziale in un costo fisso; scegliere “buy” mantiene la flessibilità ma rinuncia al controllo e spesso all’accumulo di know-how interno.

Il business plan che funziona. Struttura e investimenti

Il piano degli investimenti non è un esercizio finanziario autonomo. È la diretta conseguenza di tutto quanto costruito negli articoli precedenti. Le proxy del revenue model determinano il volume di attività da sostenere; il volume di attività determina le risorse necessarie; le risorse necessarie determinano gli investimenti da pianificare. Non esiste una voce di costo o di investimento che non abbia un’origine tracciabile nel business model.

Il business plan che funziona. Mercato, segmentazione e canali

Il primo errore nell’analisi di mercato è trattare il TAM come un numero da dichiarare. “Il mercato vale €X miliardi” è una frase che appare in migliaia di pitch deck e che, da sola, non dice nulla di utile. Un mercato non è un numero: è una struttura — un insieme di segmenti con caratteristiche diverse, accessibili attraverso canali diversi, a costi diversi.
La triade TAM / SAM / SOM, introdotta nell’articolo 4 come strumento del forecast bottom-up, diventa qui il punto di partenza per un’analisi più profonda. Il passaggio critico — quello che quasi tutti i piani saltano — è la disaggregazione per segmento: ogni segmento ha il suo TAM parziale, il suo SAM, il suo SOM, il suo canale ottimale e il suo set di proxy. Il piano che aggrega tutto in un unico mercato produce un forecast incoerente con la realtà operativa

Il business plan che funziona. Budget di marketing e costi funzionali

Il primo errore culturale da correggere è trattare il budget di marketing come un costo. Il marketing è un investimento con un rendimento atteso misurabile: il costo di acquisizione di un cliente (CAC) è il prezzo che si paga per comprare un LTV. Se il LTV è maggiore del CAC — e lo è di un multiplo adeguato — l’investimento crea valore. Se non lo è, si sta bruciando capitale.
Questa distinzione concettuale ha una conseguenza pratica diretta: il budget di marketing non si decide a partire da quanto si può spendere, ma a partire da quanti clienti si devono acquisire. È la logica del backward engineering

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