Categoria: Startup innovative

Quanto vale la mia startup

Quanto vale la mia startup. Valutare chi non ha ancora numeri

Come si dà un valore a una startup che non ha ancora metriche significative? Berkus, Scorecard e Risk Factor Summation sembrano metodi morbidi, e invece costringono a mettere per iscritto ogni giudizio. Li vediamo uno per uno, con un esempio di calcolo su una SaaS B2B e l’errore più comune: la mediana di partenza inventata.

Quanto vale la mia startup

Quanto vale la mia startup. La valutazione non è un numero, è una negoziazione

Prima di entrare nei metodi, due avvertenze che i tempi rendono necessarie. La prima riguarda una scorciatoia sempre più diffusa: chiedere a un’intelligenza artificiale, così com’è, “quanto vale la mia startup”. Un valore arriverà sempre — i modelli non si rifiutano di rispondere — ma quella risposta non è attendibile per definizione: è generata senza accesso ai dati reali dell’impresa, senza metriche di competenza dichiarate, senza un metodo certificato e ripercorribile, e soprattutto senza nessuno che ne risponda. Il punto non è la tecnologia in sé: gli strumenti di AI, usati dentro un metodo e su dati verificati, accelerano il lavoro valutativo. È la valutazione “a freddo” — un prompt, un numero — a non avere alcuna consistenza: al primo “come ci sei arrivato?” dell’investitore, crolla.

L'equity che verrà

L’equity che verrà. I confini del convertendo

Il regime potenziato dallo Scale-Up Act (art. 31, comma 2, della Legge 193/2024) ha quattro paletti: spetta ai soli soggetti IRPEF; opera in regime de minimis, con verifica preventiva del plafond; agevola fino a 100.000 euro annui per investitore; e — il punto che oggi ci interessa — copre esclusivamente gli investimenti effettuati entro i primi tre anni dall’iscrizione della startup nella sezione speciale del Registro delle imprese.

L'equity che verrà

L’equity che verrà. Il SAFE è un convertendo?

L’equity ha un pregio che le altre fonti non hanno: non genera debito e non va rimborsato. Chi entra nel capitale condivide il rischio d’impresa, non pretende una rata. Ma questo pregio ha un prezzo, ed è il più alto di tutti se l’impresa ha successo: chi investe acquisisce quote, quindi una parte dei profitti e del valore futuro, e diventa un socio con cui condividere le decisioni. In più, l’ingresso di un investitore fissa una valutazione: mette un prezzo sull’impresa in un momento in cui, spesso, sarebbe più conveniente aspettare. Per questo l’equity non è la fonte “gratuita” che a volte si immagina: è la più costosa proprio quando le cose vanno bene. Ha senso quando serve il salto — la crescita che il debito, con il suo obbligo di rimborso, non potrebbe sostenere — e quando l’impresa ha una storia da raccontare che giustifica una valutazione. Sugli assi che seguiamo dall’articolo scorso: accesso selettivo, tempi lunghi, e sul rischio/opportunità nessun rimborso ma diluizione permanente

Dal piano al capitale

Dal piano al capitale. L’investor kit: prepararsi a una raccolta di capitali

L’equity ha un pregio che le altre fonti non hanno: non genera debito e non va rimborsato. Chi entra nel capitale condivide il rischio d’impresa, non pretende una rata. Ma questo pregio ha un prezzo, ed è il più alto di tutti se l’impresa ha successo: chi investe acquisisce quote, quindi una parte dei profitti e del valore futuro, e diventa un socio con cui condividere le decisioni. In più, l’ingresso di un investitore fissa una valutazione: mette un prezzo sull’impresa in un momento in cui, spesso, sarebbe più conveniente aspettare. Per questo l’equity non è la fonte “gratuita” che a volte si immagina: è la più costosa proprio quando le cose vanno bene. Ha senso quando serve il salto — la crescita che il debito, con il suo obbligo di rimborso, non potrebbe sostenere — e quando l’impresa ha una storia da raccontare che giustifica una valutazione. Sugli assi che seguiamo dall’articolo scorso: accesso selettivo, tempi lunghi, e sul rischio/opportunità nessun rimborso ma diluizione permanente

Dal piano al capitale

Dal piano al capitale. Il debito come virtù: Fondo di Garanzia e merito creditizio

In senso pratico, i bandi da soli non bastano. E il motivo non riguarda gli importi: riguarda il tempo. I bandi hanno tempi non governabili dall’impresa — l’apertura dello sportello, la finestra per l’invio della domanda, l’istruttoria, la delibera, la rendicontazione, le erogazioni per stati di avanzamento. Sono tempi decisi da altri, che quasi mai coincidono con i tempi di sviluppo del progetto: quelli, cioè, che portano l’impresa all’obiettivo che si è data, lo sviluppo del mercato o il go-to-market. Un contributo che arriva dodici mesi dopo il momento in cui serviva non è una risorsa: è un rimborso

I progettesti e docenti del Master IPSOA “Startup Specialist”

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Quanto vale la mia startup. Valutare chi non ha ancora numeri

Come si dà un valore a una startup che non ha ancora metriche significative? Berkus, Scorecard e Risk Factor Summation sembrano metodi morbidi, e invece costringono a mettere per iscritto ogni giudizio. Li vediamo uno per uno, con un esempio di calcolo su una SaaS B2B e l’errore più comune: la mediana di partenza inventata.

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Quanto vale la mia startup. La valutazione non è un numero, è una negoziazione

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